[recensione] Beck - The Information (2006)
Beck - The Information
Il semplice fatto che la Official Chart Company, l'agenzia inglese
che gestisce i dati sulle vendite dei prodotti musicali, gli abbia
negato l'accesso alle classifiche "a causa delle innovazioni
della confezione che potrebbero avvantaggiare il prodotto",
è l'ultima, ulteriore, forse definitiva, prova dell'imprevedibilità
di Beck Hansen. Soprattutto se la pietra dello scandalo non è
da rintracciare in contenuti espliciti o subliminali né in
copertine ammiccanti o ambigue, quanto, invece, in una serie di
innocui adesivi, adeguatamente naif, offerti dalla casa per personalizzare
la copertina a dir poco spoglia dell'ultima fatica "THE INFORMATION".
Altra sottolineatura preliminare, il ritorno dell'amico illustre,
Nigel Godrich, lo storico produttore dei Radiohead (e tra gli altri
di Travis, Pavement, Paul McCartney, REM, Air, U2), indiscussa garanzia
per album mai sotto la sufficienza. Questo "The information"
non è certo un'eccezione.
Nessun proclama di lancio, nessuna intenzione di sconvolgere il
panorama musicale attuale, nessun rinvio strategico. Beck, ben consapevole
dell'unicità della sua proposta musicale, sa ormai quale
strada percorrere. Basta premere play e una una voce in background
lancia un "One, two, you know what to do" quanto mai azzeccato.
"Elevator music", classico ritmo beck-iano di derivazione
folk-blues, proiettato avanti di almeno mezzo secolo in ipnotici
tessuti rap che preludono il rallentato con chorus inevitabilmente
trasognato quanto scazzato. Non epocale quanto quello di "Loser"
ma efficace il giusto. E' invece una raffinatezza sottile quanto
inedita l'incredibile struttura di "Think I'm love" che
alterna ritmiche wave private di qualche bpm, congas, un ritornello
mozzato con piano epico da vecchi U2 e deviazioni beatlesiane con
sconvolgenti incursioni orchestrali.
Ogni brano sembra fare storia a sé. "Nausea", presentata
nel tour estivo di supporto ai Radiohead, con quel riff "che
più Beck non si può" e quel motivetto che entra
in testa anche con le più estreme resistenze psicologiche,
è il tormentone ad alto potenziale televisivo (sulla scia
di "Loser", "Devil's haircut", "Sexx Laws",
"E-pro"). Nell'ultimo cocktail del cantautore di Los Angeles
che, tra gli attuali, sembra ormai uno dei pochi che continua a
sfuggire alle massicce campagne di etichettatura dei generi della
critica, si riesce a rintracciare un'unica categoria. E' quella
degli episodi hip-hop, una delle sue maschere più ricorrenti,
cui sembra non voler fare a meno anche in questo decimo album, in
parte a spese della maschera da intrattenitore che in "Guero"
aveva indossato con la stessa frequenza, dopo la pausa di riflessione
dell' acustico "Sea change". Per fortuna tali episodi
sono conditi saggiamente da quel valore aggiunto che nel precedente,
mezzo passo falso "Guero" mancava come il pane, il laboratorio
di suoni dell'alchimista Godrich. Quegli arrangiamenti fatti di
effetti, echi e campionamenti, giustapposti tra introduzioni, intermezzi
e chiusure, apparentemente estranei al contesto del brano ma decisivi
nel rendere meritevoli di attenzioni brani altrimenti anonimi.
Per fare alcuni esempi dell'ormai proverbiale hip-hop à la
Beck, si notino gli effetti industrial-kraut della Beastie Boys-iana
"1000bpm", il fido game-boy dell'accattivante "We
dance alone", gli echi spettrali di una "Dark star"
che sfoggia, oltre al ricorrente "You know what to do"
scratchato, armonica e violini "autoreferenziali" che
ci regalano atmosfere rievocative come solo in "Sea change".
Non mancano le commistioni caraibiche nel coretto tra Flaming Lips
e Beach Boys che si insinua nell'ottima "Cellphone's dead",
psichedelia dalle suggestioni elettroniche che non avrebbe sfigurato
in "Odelay" o nel liberatorio soul pianistico di "Strange
apparition".
Non mancano le strizzatine d'occhio all'elettronica, nella titletrack
d'impianto pop e un'incedere sincopato in spiazzanti cambi di tempo
cari ai Radiohead elettrici, e nei momenti lo-fi tra Eels e Pavement
("Soldier Jane", la tormentata "New round" e
"No complaints" che sembra un outtake di "Mellow
gold") in cui l'originalità lascia spazio alla vena
melodica più pura, sospinta da un basso prorompente, colorato
da singhiozzanti vortici di tastiere, xilofoni, effetti, synth che
vengono colti a pieno solo dopo vari ascolti.
E' la cura-Godrich. La stessa cura che marchia a fuoco tre episodi
di pura avanguardia pop tra il visionario e l'inquietante, ideali
sviluppi dell'irripetibile "Derelict" da "Odelay",
vale a dire "Motorcade" e "Movie Theme", ideale
punto di raccordo tra le eteree malinconie lunari degli Air e i
minestroni elettronici di Nathan Fake, fino alla lunghissima delirante
"The Horrible Fanfare, Landslide, Exoskeleton" di chiusura,
la "Revolution n.9" di Beck. L'effetto è straniante,
addirittura più del disco intero, tirando i conti, forse
il più diifficile da digerire tra tutti i precedenti.
Non c'è alcun filo logico? I pezzi sono slegati? La proposta
musicale è la solita rielaborazione di molteplici stili musicali?
Beck è tutto questo. E molto altro. Sfugge da ogni logica.
E, soprattutto, anche se non lo manda a vedere con quell'aria da
inguaribile svampito, sa sempre cosa fare.
Tracklist
Elevator Music
Think I'm In Love
Cell Phone's Dead
Nausea
Soldier Jane
Strange Apparition
Dark Star
Movie Theme
We Dance Alone
No Complaints
1000 BPM
Motorcade
The Information
New Round
Horrible Fanfare/Landslide/Exoskeleton
- Recensione
di 'Guero' (2005)
- Sito Ufficiale
Beck
piero m., 25/10/06
(Se vuoi scrivere un commento
all'autore della recensione: pieromk@virgilio.it)
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