Coldplay - X&Y nuovo new last ultimo cd album
[recensione] Coldplay - X&Y (2005)
In Inghilterra, si sa, amano le etichette. A dirla tutta ormai
un po'a corto di fantasia e idee, la temutissima stampa inglese
ha deciso di appiccicare l'adesivo perfido di "gloom rock"
(gloom=depressione) alle band che dai Coldplay in poi hanno dato
una sferzata (volutamente?) lamentosa, triste, imbronciata al brit
inglese puro e crudo, quello che con l'immancabile ironia britannica
strizzava l'occhio ai 60's più che ai 70's. Che poi la sferzata
l'avevano già data i Radiohead di "Pablo Honey"
e di "The Bends", ma nessuno allora ebbe il coraggio di
dare del gloomy a Thom Yorke e ai suoi compagni. E a buon diritto.
Perché se il maremoto Radiohead ha avuto il merito di spianare
la strada a decine e decine di malinconici, alcuni dei successori
son vissuti sulla fortunata scia cavalcandone l'onda, altri, pochi,
hanno provato a dare un'interpretazione più originale. Tra
i secondi spesso si citano i Muse e i Coldplay che poi potrebbero
tranquillamente chiamarsi Chris Martin. Gran parte dei meriti (e
dei demeriti) della band derivano dalla figura di Martin. L'umile
inglese medio con la faccia pulita e rassicurante che piace alle
mamme, porta la sua band al successo con belle canzoni, conquista
l'amore di una delle attrici inglesi più stimate (quella
di "Shakespeare in love" che piace tanto alle mamme),
vende milioni di dischi senza cedere alle tentazioni della sregolata
vita da rockstar. Le belle canzoni, comunque, è riuscito
sempre ad estrapolarle dal suo cilindro, con un'apprezzabile vena.
Non si smentisce neanche in questo "X&Y".
Titolo enigmatico ed accattivante. Il fascino della differenziazione
cromosomica, ma non si pensi nella maniera più assoluta a
invettive pro/contro le biotecnologie. Non sarebbe da loro. Meglio
pensare meno globalmente e accettare l'interpretazione del dualismo,
delle incognite della quotidianità, background privilegiato
dei suoi testi. Piccoli drammi esistenziali, fugaci sfoghi, indecisioni,
delusioni, tormenti non pretenziosi. "Vuoi soltanto che qualcuno
presti ascolto a ciò che dici" canta nella scintillante
apertura di "Square One" lirica da lasciare senza fiato.
Bono e compagni ricorrenti più che mai, ma il timbro vocale
è ormai inconfondibile e fa la differenza. Arrangiamenti
molto curati, non è una novità. Arrangiamenti con
intuizioni impercettibili che giustificano in parte le dichiarazioni
della band quando presentavano questo "X&Y" come un
disco con un suono diverso senza correre il rischio allontanarsi
dai canoni del fenomeno Coldplay. Sono variazioni che incidono in
un copione che dopo un ascolto sommario e distratto potrebbe sembrare
il solito. Come l'anomalo basso metallico di Guy Berryman tra le
sviolinate romantiche di sfondo nell'incedere molto Lennon di "What
if" ("Ogni passo che fai potrebbe essere un errore").
Oppure l'organo gotico e la chitarra acustica che riecheggiano nella
sincopata ritmica U2 con fughe Muse di "White shadows"
("Forse troverai ciò che vorrai, forse però inciamperai
su di esso"). Finale a cappella con l'organo che si riaggancia
alla delicata "Fix you" dove la voce si contorce sempre
sommessa e sofferta con uno breve sfogo e il ritorno alla consueta
pacatezza. Sorprendente, per una band non nota certamente per la
voglia di osare, la scelta di "rubare" nella ballatona
"Talk" un riff dai Kraftwerk di "Computer love".
Gli archi e le orchestrazioni sono molto più presenti. Il
tocco in più di quest'opera terza dei Coldplay. Basti ascoltare
il risultato nel duetto tormentato voce/archi nella titletrack dove
finalmente rispuntano fuori i Pink Floyd. Riguardo il singolo "Speed
of sound" con cattiveria si potrebbe semplificare che si innesca
dallo stesso piano di "Clocks" rallentato di qualche bpm.
Una melodia che sa di già sentito, ma è una canzone
indubbiamente bella. "X&Y" risente non poco di reminiscenze
70's, decadentismo Bowie/Eno, immancabili Pink Floyd ma anche 80's
tra Psychedelic Furs e My Bloody Valentine. E non è una novità
da poco. Basti ascoltare "Low" che è la perfetta
simbiosi tra dream pop, anni ottanta e struggenti aperture floydiane
("Tu vedi il mondo in bianco e nero. Nessun colore né
vita"). In "The hardest part" Chris si traveste da
Michael Stipe. Stucchevole. Dispersivo. Meglio restare inglesi.
In "Swallowed in the sea" sembrano essere inghiottiti
loro stessi nella melodia che si perde in un vicolo cieco senza
gloria. Jon Buckland poi non riesce proprio a sganciare le sue chitarre
da giri alla The Edge guastando una "A message" che inizia
con un promettente folk chitarra/voce. Da dimenticare. Molto meglio
invece la "Til Kingdom come" con il folk che resta folk,
un po' west coast, un po' Cash, un po' Springsteen. Il brano più
originale se non altro. Ma il gioiello della collezione è
"Twisted Logic". Malinconia particolarmente cupa per un
Martin solitamente grigio chiaro. Aria grigio scura come solo in
"Trouble" squarciata da un riff simildark e ipnotico che
ricorda "A wolf at the door" dei Radiohead fino al crescendo
epico e disperato tra i Pearl Jam di "Jeremy" e Jeff Buckley.
Ripete fino all'ossessione ("Andrai indietro, ma dopo tornerai
avanti").
I Coldplay guardano sempre e comunque indietro, ma si intravede
una certa propensione, molto lenta, a inquinare con nuovi ingredienti
una ricetta amica delle mezze misure che nonostante tutto continua
a funzionare. Nell'attesa ci sono cinque o sei canzoni imperdibili
da ascoltare e riascoltare.
Tracklist
Square One
What If
White Shadows
Fix You
Talk
X&Y
Speed Of Sound
A Message
Low
The Hardest Part
Swallowed In The Sea
Twisted Logic
Till Kingdom Come
- Sito Ufficiale
Coldplay
piero m., 19/06/05
(Se vuoi scrivere un commento
all'autore della recensione: pieromk@virgilio.it)
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