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[recensione] Tool - Lateralus








Se si parla dei Tool bisogna necessariamente partire dal presupposto che non si sta parlando di una band normale, ma di un oggetto completamente anomalo nel panorama musicale contemporaneo rispetto al quale ogni paragone con altri gruppi può risultare fuorviante.

Basta osservare uno dei video diretti dal chitarrista Adam Jones per rendersi conto della diversità dei Tool. I loro video appaiono come il parto di una mente malata e contorta e ci rendono partecipi di visioni da incubo raccapriccianti e suggestive al tempo stesso e costituiscono quanto di più strano ci possa offrire il palinsesto di Mtv (seppure a orari concessi solamente ai vampiri).

Un’architettura naturalmente non solo visiva, ma musicale di incredibile complessità e originalità tanto da trascendere gli schemi tradizionali dell’hard-rock e del metal sin dal suo esordio nel 93’ (Undertow, primo disco dei Tool per una major, una sorta di fusione in chiave psichedelica di influssi grunge, crossover e rock di origine zeppeliniana).

Lateralus esce a ben 5 anni dal precedente Ænima, da molti considerato un disco cardine nella scena metal anni 90’. Se quell’album ebbe l’effetto di una profonda scossa tellurica portando una folata di aria fresca in un movimento musicale da lungo tempo statico, Lateralus si spinge ancor oltre sancendo la definitiva maturità artistica del gruppo. Lateralus compie un passo coraggioso verso territori inesplorati spingendosi verso i recessi più angusti e oscuri dell’animo umano. Come ogni passo coraggioso anche questo nasconde però non poche insidie e rischi al suo interno: indubbiamente la musica proposta dai Tool non è per tutti, non solo per la sua durezza, ma soprattutto perché rifiuta la consueta “forma canzone” (ritornello-strofa-ritornello) creando dei brani in continua evoluzione e dalla durata media di 7-8 minuti (quasi fossero mini-opere). Di certo la loro musica può non piacere a tutti, ma di certo non lascia indifferente l’ascoltatore.

I testi di Maynard James Keenan profondi e criptici dipingono paesaggi oscuri e apocalittici con frequenti riferimenti all’occultismo, alla morte, alla psicologia umana, al sesso ma anche alla matematica e all’astronomia e comunque in modo mai diretto, ma usando allusioni e metafore che si prestano a infinite interpretazioni. La voce di Keenan è sicuramente fra le più particolari e inconfondibili che si possano ascoltare; è impressionante la facilità con cui passa da una rabbia urlata a una pacatezza quasi mistica. Sicuramente ha fatto tesoro della sua esperienza con gli A Perfect Circle e questo ha portato una maggiore attenzione alla melodia all’interno dei Tool.

Lateralus mostra un’attenzione, una cura letteralmente maniacale nella scelta delle sonorità, degli arrangiamenti soprattutto ritmici (si fa un notevole uso di ritmi e atmosfere tribali) e delle tecniche di registrazione (avanzatissime).

Si potrebbe forse considerare un disco presuntuoso, ma il talento e la creatività di questi quattro musicisti sono sufficienti a dipanare ogni dubbio: ci troviamo di fronte a un disco destinato a durare nel tempo, ma che ha bisogno di molti ascolti per essere apprezzato.

C’è l’orientaleggiante Parabol dal cantato quasi in trance che sfocia nel riff assassino della successiva Parabola. C’è la deflagrante potenza di fuoco di Ticks & Leeches che si evolve secondo gli umori dettati dalla batteria di Danny Carey, che può essere a buon ragione considerato fra i guru mondiali del suo strumento. C’è il progressive psichedelico di Reflection o la calma ipnotica di Disposition. Potrei provare a descrivere ogni brano, ma le parole in questo caso non possono esprimere il confuso, ma vivido caleidoscopio di emozioni che si prova ascoltando questo disco.





Tracklist:
1.The Grudge
2.Eon Blue Apocalypse
3.The Patient
4.Mantra
5.Schism
6.Parabol
7.Parabola
8.Ticks & Leeches
9.Lateralus
10.Disposition
11.Reflection
12.Triad
13.Faaip De Oaid


- Recensione di '10,000 days' (2006)
- Sito Ufficiale Tool


andrea, 11/06/03


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